Susanna Ferro
Comunicazione e advocacy officer di Transparency International ItaliaLavora per Transparency International Italia dal 2013 occupandosi della comunicazione dell’associazione, in particolare di relazioni con i media e advocacy. Negli ultimi anni si è dedicata al tema Money&Politics, approfondendo, analizzando e promuovendo campagne di advocacy sulla trasparenza del lobbying e del finanziamento alla politica.
Tra questi troviamo l’obbligo di dichiarare chi (individui, aziende o altri enti privati) finanzia le casse dei partiti e dichiarare a quanto ammontano i finanziamenti. Queste informazioni inoltre devono essere pubblicate sul sito web dell’associazione ogni mese.
Dopo aver passato in rassegna le dichiarazioni rese al parlamento e i siti delle associazioni riconducibili alla politica, abbiamo raccolto le informazioni sui contributi, ma è stato possibile rintracciarle solo per 16 soggetti. Un numero alquanto esiguo di associazioni, comitati e fondazioni. Eppure, si tratta di un totale “incassato” per nulla irrilevante: ben 10 milioni di euro ricevuti nel 2019. Se pensiamo che nello stesso anno i contributi totali dichiarati da partiti, movimenti e singoli politici sono stati 17 milioni di euro, la cifra che transita da questi soggetti terzi rappresenta una fetta assai importante delle risorse che si usano per fare politica.
La parte del leone la fanno sicuramente l’Associazione Rousseau e vari comitati che ruotano intorno al Movimento 5 Stelle, a cui sono stati donati quasi 9 milioni nell’arco dello scorso anno. Anche Italia Viva, attraverso il Comitato di azione civile nazionale che ha spianato la strada alla nascita del partito la scorsa estate, non si può ritenere insoddisfatta dei contributi raccolti, anche se con 600.000 euro di donazioni siamo ben lontani dalle cifre del M5S.
Parliamo, nel complesso, di 5.212 donazioni da parte di 625 donatori. La maggior parte sono donazioni di piccoli importi, ma qualche big donor fa capolino: la società Moby spa ha donato 100.000 euro al Comitato Change di Giovanni Toti, mentre Daniele Ferrero, imprenditore piemontese fondatore dell’azienda di cioccolato Venchi, e Lupo Rattazzi, imprenditore figlio di Susanna Agnelli, hanno fatto altrettanto per il comitato di Matteo Renzi.
La fondazione Openpolis che da anni lavora sul tema, ha mappato dal 2015 ad oggi 153 fondazioni e think tank legate alla politica in Italia . Considerando questo dato al netto anche dei comitati più o meno temporanei che ruotano intorno ai partiti, la lista di chi non pubblica le informazioni sui propri contributi è assai ampia.
Questo perché i criteri dettati dal legislatore per identificare i soggetti terzi sottoposti agli obblighi di trasparenza lasciano spazio in certi casi a interpretazioni variegate e in altri a facili scappatoie.
Ci sono infatti le associazioni la “composizione dei cui organi direttivi o di gestione è determinata in tutto o in parte da deliberazioni di partiti o movimenti o l'attività dei quali si coordina con questi ultimi”. Ma cosa vuol dire determinata? E in parte? Quanto deve essere il peso del partito per far sì che l’associazione rientri tra gli obblighi? E ancora: cosa si intende esattamente per coordinamento? Queste sono solo alcune delle domande che non possono rimanere senza risposta altrimenti l’incertezza lascia spazio alle singole interpretazioni e all’impunità di comportamenti al loro limite.
Rientrano poi nell’ambito di applicazione della legge le associazioni (e comitati e fondazioni) i cui organi direttivi o di gestione devono essere composti per almeno un terzo da membri di organi di partiti o movimenti politici oppure da persone che hanno fatto parte del Parlamento o del Governo negli ultimi sei anni, non solo a livello nazionale ma anche chi ha ricoperto cariche elettive o di governo a livello europeo e locale.
Ebbene, in questa situazione può essere sufficiente rivedere le nomine all’interno delle associazioni (o meglio LA nomina, perché può essere sufficiente una persona in meno) per sfuggire agli obblighi di trasparenza sulle donazioni. Come Report, in collaborazione proprio con Openpolis ha ben evidenziato.
Esiste la Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici istituita presso il Parlamento ma, ahimè, con scarse risorse umane e economiche, arranca dietro l’enorme mole di lavoro che richiederebbe soltanto rintracciare tutte le associazioni che ricadono nell’ambito di applicazione della normativa. Bisognerebbe infatti rintracciare tutte le associazioni, comitati e fondazioni di cui non esiste in Italia un registro o database che le riunisca tutti, e vedere quanti hanno legami con la politica e se questi legami sono abbastanza “stretti” per farle rientrare tra i soggetti obbligati. Bisognerebbe poi passare in rassegna tutti gli eletti e amministratori degli ultimi sei anni, in ogni singola regione, in ogni singolo comune sopra i 15.000 abitanti, a livello nazionale e a livello europeo e vedere le associazioni di cui fanno parte. Questo, tanto per cominciare a mappare chi sono i soggetti che hanno l’obbligo di pubblicazione. E in una società dove il livello di digitalizzazione delle informazioni è molto scarso, la faccenda si complica notevolmente.
Insomma, se la norma introdotta dalla legge anticorruzione del gennaio 2019 che voleva rendere più trasparenti i soggetti che ruotano intorno alla politica è stata animata da buone intenzioni, la sua stesura e la sua impossibilità di monitorarne l’applicazione la rendono di fatto inutile. Sembra assurdo pensare di rivedere per la terza volta nell’arco di 20 mesi una legge sul tema che si aspettava da tanto, ma questa è l’unica soluzione e speriamo che questa volta si valutino tutte le implicazioni.