Transparency International Italia
Articolo di Alberto De Pasquale pubblicato su Vita.it
Quasi il 24% di tutte le segnalazioni (460) ricevute nel 2025 è stato archiviato per improcedibilità. Come se non bastasse, nonostante la piattaforma Anac acquisisca le segnalazioni tutelando la riservatezza dell’identità del segnalante, si continua a registrare un gran numero di segnalazioni (circa la metà) pervenute in forma anonima, le quali, essendo ordinarie e non di whistleblowing, non portano al beneficio delle tutele previste dalla norma.
Delle quasi 2mila segnalazioni del 2025, oltre mille, ossia una su due, è stata ritenuta inammissibile: o perché manifestamente infondata, priva cioè di una descrizione puntuale e circostanziata delle condotte segnalate o connotata da una lieve entità delle violazioni, oppure perché fuori dall’ambito oggettivo di intervento dell’Anac. Ne restano solamente 467, poco meno di una su quattro, che sono risultate ammissibili e, di conseguenza, oggetto di approfondimento da parte degli uffici dell’Anac.
Nell’ambito delle misure di sostegno per i segnalanti, l’Anac ha stipulato delle convenzioni con 10 enti del Terzo settore che hanno il compito di fornire informazioni, assistenza e consulenze a titolo gratuito sulle modalità di segnalazione e sulla protezione dalle ritorsioni. In sostanza, fanno da filtro tra il segnalante e le autorità competenti, aiutandolo ad acquisire piena consapevolezza della propria posizione e a presentare una segnalazione corretta ed efficace.
Tra queste c’è Transparency International Italia, che fin dal 2014 ha attivato una piattaforma per ricevere segnalazioni dai whistleblower: Alac – Allerta Anticorruzione. Stando al report annuale di Transparency, nel 2024 il 58% delle segnalazioni ha riguardato gli enti pubblici.
Il malfunzionamento dell’amministrazione pubblica è stata l’area con più segnalazioni (25%), seguita dall’ambito economico e dei concorsi pubblici (17%), dai bandi di gara e appalti (8%) e dalle concessioni, le licenze e i permessi (8%). Gli illeciti più frequenti riguardano la mancanza di trasparenza (21%), i reati economici (17%) e la selezione del beneficiario (13%), ma anche l’abuso di posizione dominante (8%) e il conflitto di interessi (8%).
«Un elemento di freno alle segnalazioni interne è rappresentato dal fatto che molti dipendenti non sanno dell’esistenza di un canale di segnalazione nella propria organizzazione», dice Giorgio Fraschini, responsabile del programma whistleblowing per Transparency International Italia.
«La segnalazione interna è, solitamente, la più veloce ed efficace. Tuttavia, anche quando si conoscono i canali di segnalazione, non è facile per i potenziali segnalanti, decidere di esporsi in prima persona per un interesse pubblico». Si temono le ritorsioni, come il licenziamento, la sospensione dal lavoro, le retrocessioni o le mancate promozioni, molestie, intimidazioni o altre conseguenze negative. Per far funzionare davvero il canale interno servono alcune condizioni: l’organizzazione deve essere di grandi dimensioni, il segnalante non deve essersi già esposto, il gestore della segnalazione, ossia il dirigente interno all’azienda incaricato di accoglierla, deve essere competente sul whistleblowing. In realtà locali, mediamente piccole, con un segnalante già esposto e un gestore poco formato, si rischia «un potenziale calvario per il segnalante», dice Fraschini.
«Nonostante il timore di ritorsioni, anche in Italia la cultura del whistleblowing si sta diffondendo e le segnalazioni sono in aumento. Il lavoro da fare è anche culturale, affinché i potenziali segnalanti siano sempre più informati. Per questo il ruolo degli enti di Terzo settore è fondamentale, a supporto dei whistleblower e a sostegno della cultura dello “speak up”: un ambiente sicuro che incoraggia i lavoratori a fare la propria parte per la trasparenza e il bene comune».
Casi emblematici riguardano anche le realtà di grandi dimensioni, basti pensare a quello di Francesco Zambon, l’ex ricercatore dell’Organizzazione mondiale della sanità – Oms che nel 2020 aveva coordinato il gruppo autore del rapporto sulla preparazione dell’Italia alle pandemie. Era un documento che analizzava l’impatto della Covid-19 nel nostro Paese, tra i più colpiti in Europa. Dal report erano emerse gravi lacune nel piano pandemico del ministero della Salute, rimasto identico dal 2006 nonostante gli obblighi a provvedere ad aggiornamenti periodici. A poche ore dalla pubblicazione, il documento era stato ritirato. Successivamente Zambon aveva subito forti pressioni da parte dell’alto funzionario dell’Oms coinvolto nella redazione, finalizzate a modificare le conclusioni dello studio. Zambon si era rifiutato e ha seguito la procedura di whistleblowing interna dell’Oms, segnalando i sospetti conflitti di interesse nella decisione di ritirare il report e le pressioni subite per modificarne le conclusioni. L’Oms aveva negato a Zambon lo status di whistleblower, non concedendogli protezione. Nel 2025 Transparency International Italia ha partecipato all’iniziativa per presentare un parere amicus curiae al Tribunale amministrativo dell’Organizzazione internazionale del lavoro – Oil che, nello stesso anno, ha respinto le richieste dell’ex ricercatore dell’Oms. «Un pericoloso precedente», secondo le organizzazioni internazionali che si sono occupate del caso.
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