Giovanni Colombo
Responsabile Business Integrity Forum di Transparency International Italia10 anni di bif: guardando nel caleidoscopio
Ogni tempo è foriero di ispirazione, abbiamo atteso queste ultime stille di 2025 per permetterci una visione più ampia e chiudere il capitolo che celebra il decimo anno di attività del Business Integrity Forum con uno sguardo complessivo a ciò che è, è stato, sarà.
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Il Business Integrity Forum nasce il 17 ottobre 2015 (e inizia la sua attività nel gennaio 2016) incontrando in un evento in Camera di Commercio a Milano alcune aziende con le quali, a seguito di attività di ricerca, condivisione progetti ed eventi, si erano creati un rapporto virtuoso e la consapevolezza di poter costruire qualcosa insieme nel solco dell’integrità.
Uno dei motivi ispiratori fu la scoperta che, alla luce di una ricerca europea sui pilastri di integrità, il sistema privato italiano presentava valori (nel senso di punteggi) piuttosto alti, migliori di quelli del sistema privato di altri Paesi europei, che, invece, nel CPI Indice di Percezione della Corruzione, svettavano per distacco rispetto al Belpaese. Da qui l’idea che alcune aziende del sistema privato italiano, che oltre a eccellenze verticali di business mostravano standard di rilievo anche nell’ambito della promozione dell’integrità, della trasparenza e delle attività anticorruzione, potessero essere da traino per l’intero sistema privato e, a tendere, per l’intero sistema Paese.
Un progetto di network ambizioso e prestigioso, con scambio di buone pratiche e propensione a impegnarsi in progetti comuni (nacquero velocemente la creazione di un “Integrity Kit” e in seguito una “Carta dei Principi Etici Generali” da diffondere nelle proprie supply-chain) avrebbe potuto creare un modello di riferimento in grado di accrescere la consapevolezza che l’integrità potesse divenire un asset importante per le aziende, contribuisse ad aumentare la fiducia di consumers e stakeholders, e potesse essere un potente volano di comunicazione di valori condivisi, ispirati all’etica e alla responsabilità.
In definitiva, era la convinzione comune che l’integrità potesse avere un impatto concreto e benefico sui comportamenti di dipendenti e business partner, ampliando – con l’esempio e con strumenti di condivisione e allineamento – il perimetro della responsabilità verso fornitori e collaboratori terzi.
Nel corso degli anni si sono moltiplicati attività, iniziative ed eventi, in Italia (spesso presso le sedi delle aziende BIF stesse) e all’estero (progetto IBID presso le ambasciate di importanti Paesi europei ed extraeuropei), con la partecipazione di aziende, enti della Pubblica Amministrazione, attori della sostenibilità, ministeri, università.
Abbiamo anticipato e supportato la convergenza tra anticorruzione, diritti umani e sostenibilità, auspicata dopo la nascita dell’agenda UN 2030 – anzi abbiamo dedicato un policy paper al tema SDG18 Zero Corruption e supportato il Manifesto OCSE Zero Corruption – compresa l’importanza del ruolo dei vertici aziendali (“formazione istantanea”) attraverso dichiarazioni e partecipazioni agli eventi BIF con Integrity speech di spessore e comunicazioni sempre pregnanti e innovative.
Tra le molte iniziative, intanto, si scolpiva in precisa nuova definizione la figura del compliance manager, non più assestato su mere posizioni difensive, ma agente del cambiamento inteso come passaggio della cultura della legalità alla cultura dell’integrità, con un maggior impegno etico, la responsabilità di portare in condivisione i valori dell’azienda accrescendone reputazione e valore.
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E adesso? Il lavoro non è certo finito. Tutt’altro. Le posizioni vanno consolidate: è ora possibile edificare su un terreno buono, fertile, solido.
La Business Integrity è divenuta materia multidisciplinare, servono sempre crescenti competenze e, al tempo stesso, è lievitato il suo peso specifico all’interno dell’azienda, non più mera azione difensiva, di protezione delle persone e dell’azione stessa, ma proposizione di un modo di fare business che onori l’azienda, passando dal concetto di compliance come “no a infrangimenti di regole, no a sanzioni, no a perdita di reputazione”, a una valorizzazione di nuove sensibilità etiche e social (ESG) in forma integrata con il tema della sostenibilità in senso più ampio: ambiente, persone, diritti umani, con l’anticorruzione (e quindi trasparenza e integrità) come elemento di giustizia sociale. In sostanza, la Business Integrity ha la possibilità di mostrare, qui più che altrove, i valori dell’azienda di correttezza, lealtà e spirito etico, a vantaggio di credibilità e reputazione, con il giusto ritorno di fiducia da parte dei consumatori.
Si affacciano all’orizzonte nuovi e importanti temi. Anzitutto, l’obbligo di tenere un focus di attenzione sul tema della AI Intelligenza Artificiale (ricordiamo la partenza quest’anno del blog Blog PalindromAI), perché, da un lato, essa può portare enormi contributi e aiuti per la gestione di compliance e detection frodi e può snellire procedure di controllo e analisi (controlli normativi e analisi reputazionali partner) per mantenere supervisione e azioni qualitative nelle salde mani di uomini e donne di esperienza e provate capacità decisionali e organizzative. Dall’altro lato, è opportuno che si vigili, anche a beneficio del bene aziendale, su possibili usi incauti e non corretti dell’intelligenza artificiale stessa, con compromissione di trasparenza, diritti umani e violazione di norme etiche, in un doppio binario su cui si muovono utilizzatori e supervisori.
Grazie alle risoluzioni delle Nazioni Unite UNCAC 10/9 e 10/12, pubblicate durante la conferenza COSP10 ad Atlanta (USA) nel dicembre 2023, promosse dal trattato multilaterale UNCAC (United Nation Convention Against Corruption), ovvero la prima risoluzione UN dedicata al Public Procurement (che nel mondo rappresenta 1/3 della spesa globale ed è ritenuto il primo rischio di corruzione), i temi della Business Integrity e Clean Public Procurement (appalti pubblici trasparenti e corretti) stanno trovando un’ampia convergenza. Le risoluzioni parlano di riconoscimenti e di incentivi per le aziende che investono nella business integrity e contribuiscono a raggiungere gli obiettivi dell’agenda UN 2030, i famosi obiettivi di sviluppo di sostenibile (SDGs Sustainable Development Goals).
Aggiungendo che per il 2026 è prevista una nuova Direttiva EU sugli Appalti Pubblici, il tema può diventare di estremo interesse nei prossimi anni.
Oltre ai temi più squisitamente tecnici elencati nel paragrafo precedente ne esiste un altro, delicato, fatto di percezioni, relazioni, considerazioni e priorità aziendali che si affaccia all’orizzonte.
Parallelamente ai progressi fatti dall’Italia nella classifica CPI Corruption Percpetion Index dopo le iniziative normative e di attenzioni nate con la legge 190/2012 (Legge Anticorruzione), abbiamo assistito e in qualche modo stimolato e sorretto il passaggio dalla cultura della legalità alla cultura dell’integrità nel settore privato italiano, intendendo per essa un’estensione del perimetro della responsabilità da parte delle grande aziende italiane.
La prima evidenza è stata quella della maggiore e migliore considerazione degli uomini della compliance aziendale e in alcuni casi il cambio di dicitura (job title) afferente il tema Business Integrity o addirittura dell’Etica (Ethics Officer) con evidente evoluzione verso lidi più ampi (ed alti) e affini ai valori aziendali, quindi non più compito meramente difensivo (tutelare integrità e reputazione) ma anche attivo, qual è sempre, culturalmente, la proposizione dei valori.
Molti compliance manager di importanti aziende italiane (e non solo) hanno visto accresciuta negli anni la considerazione dei vertici aziendali, divenendo riporti diretti delle figure apicali e intervenendo in questioni di analisi rischi e immagine aziendale, in consessi più complessi e di alto livello.
Indipendenza e credibilità dell’apparato della Compliance debbono poter contare sulla rilevanza delle figure stesse a capo della Compliance. Qualora fossero sottoposte a direzioni commerciali o finanziarie, il loro ruolo potrebbe perdere di efficacia e impatto. I rapporti tra Compliance e Governance aziendale si sono rafforzati anche per effetto della Direttiva EU CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), che attribuisce ai vertici aziendali la responsabilità della rendicontazione sui temi anticorruzione nell'ambito della Governance.
La buona notizia è il potere essere nel cuore strategico dell’azienda, dunque poter essere proattivi anziché reattivi.
Ma questo clima di edificazione ed evoluzione è messo a dura prova in questi tempi difficili da fattori esterni.
Il ritardo accumulato nell’esecuzione dei lavori per il raggiungimento degli obiettivi PNRR, le crisi energetiche, le tensioni belliche, la battaglia dei dazi hanno investito le aziende con una serie di problemi che hanno aumentato la complessità di gestione e la tentazione di alleggerire i controlli. Depotenziare gli organi di compliance per ottenere semplificazioni e velocizzazioni è un processo che potrebbe in alcuni casi prendere piede. Ma, per tutti i motivi elencati finora allentare il valore aziendale della Business Integrity sarebbe un’azione non immune da pericoli, anzi amplierebbe la casistica dei rischi, minerebbe il valore aziendale, e, in definitiva, non sarebbe una scelta lungimirante.
Il compito del Business Integrity Forum, avrà sempre una doppia natura: sia tecnica, con attenzione, visibilità, condivisione dei temi emergenti e delle best practice utili a generare un produttivo spirito di emulazione, sia culturale, di difesa dei temi dell’integrità, che vanno considerati principalmente come una risorsa dell’azienda (così come della Pubblica Amministrazione e della Nazione in senso ampio) e un valore, non certo semplicemente un costo o un elemento di complicazione.
Di ciò parla e parlerà sempre il termometro stesso del mercato, attribuendo successo e prosperità a chi, nella valutazione sociale e di coloro che con i loro acquisti orientano il successo di un bene, un servizio, un prodotto, prestando l’attenzione che merita, ai temi dell’etica e dell’integrità. La Compliance e la Business Integrity sono destinate a essere sempre più negli anni preziosi asset competitivi.
Recenti autorevoli analisi (Mc Kinsey, Edelman Trust Barometer) mostrano come le generazioni più giovani (Millennials e Generation Z) hanno nella propensione al consumo di beni e servizi di soggetti una predilezione premiante per coloro che dichiarino e forniscano evidenze di una robusta considerazione dei valori etici e di sostenibilità.
Tracciando in sintesi una riflessione finale, possiamo proporre di aggiungere al recente tema della Business Resilience, ovvero la capacità strategica di farsi trovare pronti rispetto a scenari difficili ed imprevisti, che per definizione coinvolge in modo importante le funzioni di Compliance, il valore della Business Integrity Assertiveness - che vorremmo coniare per l’occasione in conclusione delle considerazioni collegate ai 10 anni di Business Integrity Forum – e per essa intendiamo la capacità dell’impresa di assumere, difendere e sostenere decisioni coerenti con i propri valori di integrità, anche sotto pressione economica, competitiva o tecnologica, riuscendo a mantenere i propri standard valoriali e confermare la propria ethical leadership.